Brand new?

Ieri sera a vedere Massimo Coppola al Locomotiv, per lo spettacolo new:brand:new.

Entriamo e la Chiara si rallegra della fila di sedie sotto al palco (temeva di dover assistere allo spettacolo in piedi). Kid A in sottofondo.

Lo spettacolo comincia con 40 minuti di ritardo alle 21.40. La Chiara scalpita e maledice. Cosa ci vuole a cominciare puntuali?

Io son sereno, c’è Kid A in sottofondo, cosa voglio di più?

Si apre il sipario, in scena non c’è sostanzialmente niente, giusto un leggio in un angolo.

Sullo sfondo viene proiettata la grafica di brand:new, e poi vari estratti dalla trasmissione. A me sale subito l’effetto nostalgia dei primi 2000.

Coppola si materializza e comincia brillantemente a fare Coppola, proprio come lo ricordavamo, toccando nell’arco di un’oretta tre o quattro argomenti: le reunion (Oasis, i CCCP, i Marlene, brand:new), l’odiato capitalismo, i fascisti al governo, il dominio degli algoritmi sulla nostra vita e le nostre scelte, la figaggine impareggiabile di Kim Gordon.

Fatico a rintracciare un filo conduttore, a cogliere il messaggio centrale dello spettacolo. Intravedo una domanda: come è successo che siamo finiti così? Dov’è, quand’è che le cose sono andate storte? Ma forse questo è solo l’effetto che fa a me.

Coppola coinvolge il pubblico in siparietti, strappa risate e applausi, ma l’impressione è che lo spettacolo non decolli mai. Non arriva al cuore. Non suggerisce una sintesi che ci dica cosa siamo diventati e perché. E forse manco vuole farlo, ma per qualche motivo io me l’aspetto.

Ci riporta invece un’opinione qualunque, collocata nel centro sinistra dello spettro politico, in una zona dove il calcetto conta come l’antifascismo.

Coppola ci invita alla riscoperta del corpo, si rallegra di avere finalmente imparato a leccare la figa (sic!), suggerisce che il fascismo si sconfigge con la gentilezza, rispondendo al governo e al nostro parente di destra con un vaffanculo affettuoso, sussurrato sorridendo gentilmente e a braccia aperte.

Il pubblico (noi compresi) ride e applaude.

Il capitalismo è il male, gli algoritmi ci spersonalizzano, usciamo poco, chi critica la trap è più noioso della trap, Kim Gordon è una gran figa, Giorgia Meloni è di destra perché l’hanno maltrattata al Liceo. Come Berlinguer nessuno mai.

Come Berlinguer nessuno mai.

I filmati, il verde irreale, la grafica fine anni 90 e OK Computer-ish della scenografia, il contrasto con il suono degli uccellini in sottofondo, l’effetto liso e un po’ sgranato del VHS, la reazione a Berlusconi, i Moloko. Lo spettacolo respira quando lo sguardo è rivolto al passato, nutrendosi di nostalgia.

Chiara si assopisce, la sveglio con una gomitata.

Oggi, ripensandoci, non so dire esattamente cos’è che lascia l’amaro in bocca, cos’è che mette tristezza.

Non tanto la nostalgia di un tempo passato e migliore che abbiamo vissuto a cui ci riportano le immagini, ma l’ammissione di incapacità di comprendere e incidere sul nostro presente, di mostrare un percorso di evoluzione rispetto alla confusione dei vent’anni. Anzi, si ha l’impressione che la visione fosse più a fuoco e potente 25 anni fa e da allora il percorso sia stato un lento precipitare nel qualunquismo.

Il brand:new di Coppola dei primi 2000 era un programma che ispirava, suggeriva, in cui ti riconoscevi. Lui era bellissimo, simpatico, acuto, prodigo di ottimi consigli musicali. Apparentemente colto.

Il brand:new di oggi vede questo uomo di mezza età potentemente vanitoso parlare per un’ora di sè senza dirci nulla di significativo. Ero figo, no? Eravamo fighi, no?

È doloroso riconoscersi.

Mi invadono domande fastidiose.

Siamo tutti diventati questa roba qui?

Promesse mancate, ex-giovani di belle speranze che non sono riusciti a sbocciare e a fare andare il mondo come volevano perché sostanzialmente non hanno mai capito cosa volevano?

O sono io che chiedo troppo a un Coppola mitizzato, cristallizato nella cornice del periodo più scanzonato della mia vita e che non ha colpe se il mondo di oggi è quello che è e tantomeno ha il dovere di spiegarmi dove e quando le cose sono andate storte?

A 50 anni il dramma è che non mi calmerò fumando una sigaretta, guardando un video dei tempi andati per cercare di darmi un senso.

A 50 anni, dopo aver buttato giù due righe nel diario, tornerò alla vita di tutti i giorni sereno e pasciuto come se niente fosse.