Il mio 2024 in cinque dischi

È qualche settimana che penso di prendermi un po’ di tempo per mettere insieme la lista della musica che mi è piaciuta di più in quest’ultimo anno, quindi eccoci qua.

È una lista molto breve, cinque dischi, e include musica uscita prima del 2024.

Secondo il mio Spotify Wrapped ho ascoltato 25280 brani di 838 artisti nell’ultimo anno, ma alla fine le cose che mi hanno appassionato veramente si contano sulle dita di una mano.

Questo è il mio disco del decennio.

Già al primo ascolto, un paio di anni fa quando il disco è uscito, ero rimasto incantato da questo strumentale di 46 minuti e 37 secondi, dai crescendo, dal dialogo perfetto fra l’elettronica, il sax e l’orchestra sinfonica.

Quest’anno, però, l’ascolto di Promises è diventato un appuntamento quasi quotidiano.

Questo disco è un’esperienza. Per capirlo, bisogna avere la pazienza di prendersi quei 47 minuti, mettersi le cuffie, chiudere gli occhi e ascoltare. Senza fare nient’altro. Solo così si comprenderà il crescendo del sesto movimento, la lenta costruzione che porta ad uno dei climax più belli della storia della musica (non esagero).

Alcune persone che conosco mi dicono che non ascoltano quasi più musica, o se ascoltano tornano sempre ai dischi della gioventù, ai mostri sacri, che non esce più nulla di bello.

Quando sento questo sorrido. Per me Promises è un mostro sacro.

Musica da brividi sulla schiena e lacrime, di intensità abbagliante e posata eleganza allo stesso tempo, fotografia struggente della complessità dell’esperienza umana, testamento del ruolo della grande arte, ovvero ricordarci cosa si prova ad essere umani.

Bandcamp, Spotify

Questo è il mio disco dell’anno.

Tucker Zimmerman è un anziano cantautore americano che non conoscevo. Dance of Love, il suo ultimo disco, esce a ottobre di quest’anno per 4AD prodotto dai Big Thief, che diventano anche la sua backing band: il risultato è stupefacente.

Anche in questo caso la grandezza del disco si rivela lentamente, dopo numerosi ascolti. Oltre alla bellezza delle canzoni penso che a riportarmi a questo disco sia la gioia che traspare dalle registrazioni.

Si sente chiaramente la registrazione in presa diretta, tutti nella stessa stanza, e che chi suona si sta divertendo. La band è solidissima, gli arrangiamenti sono semplici ma mai scontati, una veste essenziale per lasciare brillare le canzoni.

E così il ritornello di una canzone può essere un semplice “oh yeah” ripetuto tre volte e uno sgangherato assolo di trombone suonato da uno che non sa suonare il trombone può diventare uno dei picchi emotivi del disco.

Come per Promises, questo disco nasce dalla collaborazione fra artisti di generazioni lontane (ci sono circa 50 anni di differenza di età fra i Big Thief e Zimmerman).

Come Promises, questo disco funziona perchè celebra la vita e trasuda umanità da tutti i pori.

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Laura Marling è un’aliena.

Riesce a fare un disco grandioso nello stesso anno in cui mette alla luce una bambina (alcune tracce di questo disco sono state registrate con la neonata in braccio).

Oltre alla vocalità sempre impeccabile, mi ha colpito di questo disco la dolcezza giocosa della scrittura. Un paio di canzoni su tutte: Patterns, dove la frase iniziale crea un mondo in 5 secondi:

Zena, you squared your toes but your family nose hangs around

e Caroline, dove, ancora, la Marling dipinge grandiosamente la scena in due parole:

What a way to change an evening, was my number hard to find?

e, forse partendo da un testo provvisorio, costruisce un ritornello indimenticabile. Me la immagino su un divano, chitarra in mano, mentre compone la canzone, le viene una melodia in mente, non sa bene cosa cantarci sopra e allora improvvisa un “la-la-la-la, something something Caroline”.

Chiunque altro a quel punto avrebbe cercato nuove direzioni, parole più consone, lei invece crea un mondo intorno a quel ritornello così com’è: il narratore diventa l’autore della canzone che sta cantando, in uno splendido esercizio di meta-teatro, dove parla a questo amore passato della canzone che le aveva dedicato ma che non ricorda più bene, tranne che per il ritornello che faceva tipo “la-la-la-la something something Caroline”.

La grande canzone è ancora viva, anche grazie a Laura Marling. Da non perdere.

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Poi ci sono i Kings of Convenience. Mi piaciucchiavano nei primi anni 2000, in particolare Misread e l’estetica del “quiet is the new loud”.

A giugno 2023 li ho visti al festival “La prima Estate” a Lido di Camaiore prima di Bon Iver e sono rimasto colpito dalla qualità dello spettacolo, da come un set praticamente acustico potesse tenere splendidamente nel contesto di un festival.

Da quei giorni Peace or Love, il loro ultimo disco del 2021, è la colonna sonora del risveglio. Musica scritta, arrangiata, suonata e registrata benissimo. Musica che hai voglia di ascoltare tutte le mattine per fare cominciare bene la giornata.

Spotify

Nel 2006 Nigel Godrich, il produttore e sesto membro dei Radiohead, si inventa questo format chiamato From the basement, dove l’idea è creare le condizioni per catturare al meglio, in audio e video, la pura essenza dell’esibizione di un artista. E l’intento riesce, così oggi possiamo goderci capolavori come In rainbows (from the basement) o il recente bel set delle Warpaint.

È sbirciando nel canale youtube di From the basement che sono entrato in contatto con gli IDLES, un annetto fa, rimanendo molto colpito dall’intensità del cantante Joe Talbot e dall’attitudine punk della band. Questi non ci fanno, questi ci sono.

Poi quest’anno esce TANGK, co-prodotto dallo stesso Godrich che, come ogni cosa che tocca, risulta essere oro.

Una traccia su tutte: Gift horse. Rabbia anni 90, attitudine punk purissima, tiro, suoni della madonna, lo stacco cassa-rullante-charleston più bello degli ultimi 20 anni.

Avessi 20 anni mi ammazzerei di pogo su questo pezzo. Avendone quasi 50 me li godo dal divano, con immenso rispetto per il tripudio sonoro che riescono a creare.

Great stuff!

Bandcamp, Spotify