Lasciare Spotify. E Instagram?
Avevo già scritto che Spotify è il male qualche mese fa, quando ho finalmente deciso di cancellare il mio abbonamento.
Recentemente Daniel Ek, il CEO di Spotify, ha fatto notizia per via della decisione di investire ulteriori 600 milioni di Euro in Helsing, una azienda tedesca specializzata nello sviluppo di AI per scopi militari.
Questa decisione ha spinto alcuni artisti a lasciare Spotify. Ho apprezzato in particolare il messaggio dei Deerhoof di cui riporto un estratto qui:
We’re taking Deerhoof off Spotify.
“Daniel Ek uses $700 million of his Spotify fortune to become chairman of AI battle tech company” was not a headline we enjoyed reading this week.
We don’t want our music killing people.
We don’t want our success being tied to AI battle tech.
…
AI battle tech is clearly emerging as the hot new big ticket item for the super-rich.
It’s increasingly clear that the military and police exist primarily as the security detail for the billionaire class.
The more of the killing you can get computers to do, the better your bottom line.
Per quel poco che conta, rimuoverò anche la mia musica da Spotify. Devo dire che per me è facile: ho pochissimi ascolti, non fa alcuna differenza.
Mi chiedo però come mai praticamente nessun musicista che seguo metta in dubbio la propria presenza su Instagram.
Meta, la ditta di Mark Zuckerberg che controlla Instagram e Facebook, ci ha regalato Cambridge Analytica, la Brexit, Donald Trump presidente per due mandati e il più efficiente strumento di diffusione di fake news e teorie complottiste al servizio dell’agenda politica della destra mondiale.
È dimostrato che Instagram spia i propri utenti e ha un impatto devastante sulla salute mentale degli adolescenti.
Al di là di questo, che pure è tantissimo, per condividere contenuti testuali o musicali si devono fare i salti mortali: è complicato condividere link (il mio odio per “link in bio” non è misurabile) e il servizio è utilizzabile in pratica solo da dispositivi mobili (profilare gli utenti, con l’app, è molto più efficiente).
Eppure siamo tutti ancora lì, a scrollare video dopo video e a farci inondare di pubblicità. Tutti a fare videini (che odiamo fare) e acrobazie per condividere musica perché questo è il modo, quello il canale, non si può prescindere dal marketing: 2 miliardi di utenti attivi mensili, mica si può uscire!
Cosa deve succedere perché ci si convinca a cambiare modalità e piattaforma?
Come spesso accade, forse generalizzo un sentimento personale, presumendolo universale quando non lo è.
Forse al musicista medio piace il feed con pubblicità iper-ricamata sul proprio doom scrolling. Piace fare i videini, almeno due o tre a settimana, ché bisogna mantenere l’engagement. Piace fare le immaginette con il testo perché il testo da solo non è efficace, “non arriva”.
Piace qualche tettina ogni tanto piazzata a caso fra un reel sul genocidio a Gaza e una caduta spettacolare al giro d’Italia.
Io, però, mi annoio tantissimo.
Da un po’ di tempo a questa parte quando devo condividere un’idea, un link o qualcosa che mi ha interessato sul web scrivo un post su questo sito, in una sezione chiamata μ (micro). μ è la mia timeline. A volte ricondivido i post su Facebook o Instagram, a volte mi annoia solo il pensiero e non lo faccio.
Scrivere qui non mi genera pruriti e irritazioni, ma ha lo svantaggio di non raggiungere facilmente nemmeno quella limitatissima, sparuta audience costituita da familiari, amici e conoscenti con cui sono in qualche modo in contatto sulle piattaforme di Meta.
I miei contatti di Facebook o Instagram, gli ex compagni di classe o di pallavolo verosimilmente non useranno un news feed reader per ricevere gli aggiornamenti via RSS dal mio sito come fosse il 2008.
Non si iscriveranno alla mia newsletter.
Il singolo punto di accesso al web, il feed algoritmico controllato e servito dalle mega corporation ha vinto perché è comodo e gratuito, anche se sappiamo tutti (molti? pochi?) che quello che non paghi in denaro lo paghi in attenzione, tracciamento e perdita di privacy.
Solo che a tutti (molti? pochi?) non frega nulla, la comodità viene prima di tutto.
E quindi?
E quindi non lo so.
So che bisognerebbe guardare a soluzioni federate, senza singole corporation a fare da gatekeeper, che permettano di mantenere il controllo e la proprietà intellettuale delle proprie opere e il contatto con la propria audience.
So che la tecnologia c`è, forse non comodissima da usare, ma il problema vero è che manca la gente.
So che non posterò mai più alcun contenuto su Facebook o Instagram in forma preferenziale. Le mie cose le pubblico qui, dove mantengo il completo controllo sui contenuti e non contribuisco ad alimentare il business meschino di Meta.
So che, così facendo, forse ne limito la diffusione. Per fortuna, ho una fonte di reddito svincolata da questi meccanismi, ed è facile per me prendere questa decisione.
So che probabilmente, anche se mi dà prurito, continuerò a usare Instagram e Facebook per condividere link a questo sito, per cercare di raggiungere le persone con cui sono in contatto su quelle piattaforme.
So che vorrei vedere più artisti con largo seguito privilegiare o migrare completamente verso piattaforme più sane: un blog/sito web personale, una mailing list, un profilo Mastodon o BlueSky, anche solo un Substack (finché resta usabile, anche se siamo già sull’orlo dell’enshittification ad occhio).
Andare contro il diktat per cui non si può prescindere da Instagram (e quindi da Meta).
Per cercare di tornare a un web più plurale, eterogeneo, de-centralizzato e non progettato per moltiplicare in maniera oscena la ricchezza di un ristrettissimo gruppo di maschi bianchi americani.